L’evoluzione del pensiero architettonico a fumettiThe evolution of architectural thought in a comic bookLa evolución del pensamiento arquitectónico en historietas

L’architettura prima di essere edificio è pensiero, se non altro perché è estremamente più economico di un grattacielo.

Ludwig Mies van der Rohe. Modernismo, minimalismo. Assieme a Le Corbusier è uno dei padri dell’architettura moderna e un rivoluzionario amante del sigaro. Ha svincolato l’architettura dagli stili imperanti grazie ad una ferma abolizione di ogni ornamento. Creò una tabula rasa sui cui potevano svettare volumi e concetti puri come il vetro che utilizzava nei suoi edifici. Con il passare del tempo il modernismo degenerò in un’assenza di fantasia, trasformandosi in una camicia di forza a cui non ci si poteva ribellare.

Robert Venturi. IlPostmodernismo fu la classica reazione al precedente modernismo. Venturi considerò la città contemporanea fuori dall’ambito dell’architettura moderna, reintroducendo il simbolismo, la contraddizione e la complessità e tralasciando i precedenti valori come la semplicità e la coerenza. Il postmodernismo produsse una foresta di grattacieli dalle forme indistinte e prive d’interesse.

Philip Cortelyou Johnson. Opportunismo ed eclettismo. Come curatore di mostre è stato capace di individuare e assorbire gli stili architettonici. Ha avuto la capacità di cogliere lo spirito dei tempi. Successivamente, nel suo lavoro, è riuscito ad inglobare i più recenti materiali e forme, anche lessicali. La sua Glass House è un compendio della storia dell’architettura del XX secolo.

Rem Koolhaas. Il realismo cinico. Soprannominato il Le Corbusier dei giorni nostri, attento osservatore, con i suoi saggi ha indagato i fenomeni come Il muro di Berlino, la Città Generica, il problema della Grande Dimensione, la Cina, la Globalizzazione, lo Shopping, ecc.
“Di più è meglio” esprime la constatazione che l’accumulo e l’affastellamento hanno sostituito forme più alte di organizzazione come la gerarchia degli spazi e la composizione. La comprensione precede l’azione.

Barack Hussein Obama. Unità e ottimismo. Propone un cambiamento attraverso l’unità. Perché scegliere tra Democratici e Repubblicani, quando si può scegliere gli Stati Uniti d’America?

Bjarke Ingles. Pragmatismo utopistico. La storia dell’architettura è da sempre dominata da due diverse tendenze: lì avanguardia con idee folli, spesso lontane dalla realtà, e la ferrea organizzazione di studi associati che costruiscono noiosi e prevedibili blocchi squadrati di ottima qualità. Ingles non sceglie nessuna delle due, si pone in mezzo a queste opposte correnti di pensiero con l’obbiettivo di creare luoghi perfetti dal punto di vista sociale, economico e ambientale.

Tratto da: Yes is more, Taschen 2011Architecture, before being a building is a thought, If only because it is extremely cheaper than a skyscraper

Ludwig Mies van der Rohe. Modernism, Minimalism. He was, together with Le Corbusier, one of the fathers of modern architecture and a revolutionary cigar lover who replaced the prevailing architectural styles thanks to a steady abolition of all ornament.
He created a tabula rasa on which volumes and pure concepts such as the glass used in its buildings could soar. But modernism, over time, lost its imagination, transforming into a straitjacket to which you could not rebel.

Robert Venturi. Postmodernism was the natural reaction to modernism. He considered the contemporary city as outside the framework of modern architecture and reintroduced symbolism, contradiction and complexity ignoring the previous values ​​such as simplicity and consistency. Postmodernism produced a forest of uninteresting skyscrapers.

Philip Cortelyou Johnson. Opportunism and eclecticism. As a curator he was able to identify and absorb architectural styles and had the ability to capture the spirit of his times. Later he was able to iinnovate materials. forms and even vocabulary into his works. His Glass House is a compendium of the history of the twentieth century.

Rem Koolhaas. Cynical realism . He was nicknamed the Le Corbusierof our times and an attentive observer. With his essays he investigated phenomena as The Berlin Wall, the Generic City, the problem of Large Size, China, Globalization, Shopping, etc..
By saying “More is better” recognizes the fact that accumulation and bundling have replaced higher forms of organization such as the hierarchy of space and composition. Understanding precedes action.

Barack Hussein Obama. Unity and optimism. Proposes a change through unity . There’s no reason to choose between Democrats and Republicans, when you can choose the United States of America.

Bjarke Ingles. Utopic pragmatism. The history of architecture has always been dominated by two different trends: the avant-garde with crazy ideas, often far from reality, and the strict organization of associated firms that build predictable and boring blocks of excellent quality. Ingles is among these two opposed schools of thought with the aim to create the perfect places from a social, economic and environmental point of view.

Taken from: Yes is more, Taschen 2011La arquitectura. antes de ser edificio, es pensamiento; aunque sólo sea porque es muy barato que un rascacielos.

Ludwig Mies van der Rohe . Modernismo, Minimalismo . Fue, junto con Le Corbusier, uno de los padres de la arquitectura moderna, un revolucionario amante del cigarro, ha librado la arquitectura de los estilos entonces predominantes gracias a una supresión continua de todo ornamento. Creó una tabula rasa sobre la cual podían destacarse volúmenes y conceptos puros tales como el vidrio utilizado en sus edificios. Con el paso del tiempo, el modernismo degeneró en una falta de imaginación, transformándose en una camisa de fuerza a la que nadie se podía rebelar.

Robert Venturi. Posmodernismo . La reacción natural al modernismo. Consideraba la ciudad contemporánea como fuera del ámbito de la arquitectura moderna. Reintrodujo e simbolismo, la contradicción y la complejidad; ignorando los valores anteriores tales como la simplicidad y la coherencia. El posmodernismo produjo un bosque de rascacielos de las formas indistintas y poco interesantes.

Philip Cortelyou Johnson . El oportunismo y el eclecticismo . Como curador fue capaz de identificar y absorber distintos estilos arquitectónicos. Tenía la capacidad de capturar el espíritu de ss tiempo. Más tarde en su trabajo fue capaz de incorporar lo último en materiales, formas y en hasta en el mismo vocabulario. Su Glass House es un compendio de la historia del siglo XX.

Rem Koolhaas . Realismo cínico . Apodado como el Le Corbusier de hoy en día, se trata de un observador atento. Sus ensayos investigaron los fenómenos como El Muro de Berlín, la Ciudad Genérica, el problema del gran tamaño, China, Globalización, las compras, etc.
“Más es mejor” expresa el hecho de que la acumulación y la paquetización han sustituido las formas superiores de organización, tales como la jerarquía del espacio y composición. El entendimiento precede a la acción.

Barack Hussein Obama . Unidad y optimismo . Propone un cambio a través de la unidad, ¿Por qué elegir entre demócratas y republicanos, cuando se puede elegir los Estados Unidos de América?

Bjarke Ingles. Pragmatismo utópico. La historia de la arquitectura siempre ha sido dominada por dos tendencias diferentes: de vanguardia de ideas locas, a menudo lejos de la realidad, y la estricta organización de los estudios asociados que construyen bloques predecibles y aburridos de excelente calidad. Ingles no elige, se encuentra entre estas dos escuelas de pensamiento opuestas con el objetivo de crear el lugar perfecto desde el punto de vista del desarrollo social, económico y ambiental.

Tomado de: Sí. Es más, Taschen, 2011

Trucchi sulla ristrutturazione e sul design? Eccoli

Sono molto felice che siate così tanti a seguire tutti i miei scritti sull’architettura e il design, ma non voglio perdere il contatto diretto voi, così ho deciso di sperimentare un nuovo servizio (sempre gratuito) per coloro che sono maggiormente interessati ai miei argomenti o hanno domande o particolari esigenze da pormi.

Qui nel post o in alto a destra nel blog ho inserito un form dove ti chiedo mail e nome, se t’iscriverai avrai un accesso particolare sempre gratuito, ai miei contenuti e potrai fare domande o chiedermi di parlare di argomenti specifici che t’interessano.

Andate quindi subito a scaricare i miei trucchi sulla ristrutturazione di casa e i consigli sul design.






Riceverai nella tua casella email dei PDF a “puntate” contenenti consigli e suggerimenti sul design di casa tua e dei trucchi sulla ristrutturazione

Il primo Padova Design Week

La Padova Design Week è un evento ideato da Italian Studio Design un gruppo di persone che ha una idea fissa: far conoscere il design italiano prima di tutto al vasto pubblico.

“Un germoglio, un evento che nasce all’interno di una serra-culla”

Molti di noi architetti, designer, imprenditori e professionisti, dopo un pellegrinaggio ai Saloni e Fuori Saloni di Milano durato vari anni, abbiamo deciso di pensare ad eventi da organizzare in Veneto per promuovere le tantissime micro, piccole e medie aziende che producono design di qualità ma che non riescono a farsi conoscere.

Padova Design week vuole iniziare a “parlare di design” attraverso un primo appuntamento che si terrà tra il 05.12 e il 08.12 2012 all’interno della Serra Portello a Padova in via Loredan 20C.

Abbiamo l’ambizione di creare una design-community che si occupi dell’anima dei prodotti che vengono pensati, sviluppati e realizzati dalle aziende del nostro tessuto territoriale.

La Padova Design Week è ancora un germoglio e lo spazio che la ospita è stato scelto di conseguenza. Come ogni pianta che nasce, anche il nostro evento ha davanti a sè un futuro entusiasmante, ricco di promesse e di aspettative per il futuro.

Abbiamo intervistato l’architetto Graziella Giacon dello studio ARCHITETTO&DESIGNER per capire meglio l’evento padovano.

DD: Per cominciare, le chiedo di raccontarci brevemente il suo percorso professionale e com’è iniziato tutto.

AG: Ad un certo punto nel mio andirivieni tra Padova e Milano ma soprattutto nelle “processioni” che noi designer facciamo ogni anno al Fuori Saloni di Milano mi sono chiesta perché mai non riusciamo anche noi veneti a far parlare di noi e delle nostre aziende che con professionalità, creatività e innovazione ogni giorno producono oggetti di altissima qualità. Perché mai solo a Milano si riesce a promuovere il design Made in Italy?

“Progettare il design è un bisogno oltre che passione”

DD: Architetto, tutti noi siamo circondati da oggetti, non solo nelle nostre case, ma non tutti sono consapevoli del loro design. Lei lei si ricorda quando e perché è nata la sua passione per il design?

AG: Io sono una progettista nel senso che progetto edifici, ma credo che in ogni architetto ci sia una infinita curiosità verso gli oggetti che usiamo ogni giorno. Tutti sanno che i grandi architetti hanno da sempre progettato anche oggetti di uso comune domestico e non.

Parlerei più di bisogno che di passione.

La maggior parte delle persone compra un sacco di cose inutili e provenienti dall’estero, le usa per poco tempo e poi le getta o perché si rompono o perché non piacciono più.

Oggi c’è un bisogno estremo di comperare oggetti con più accortezza, di comprarne meno e soprattutto di comprare cose che ci facciano star bene, che guardandole e usandole si possa ricordare o immaginare quante persone appartenenti al nostro territorio hanno immaginato quell’oggetto, l’hanno progettato e l’hanno prodotto. In genere chi conosce e acquista prodotti di design sono intellettuali professionisti o persone che hanno la possibilità economica. Se ci fossero più aziende a realizzare oggetti di design ci sarebbero sicuramente più designer coinvolti e, di conseguenza, più conoscenza.

DD: Ha mai avuto dubbi sulla sua scelta di dedicarsi al design e non ad un altro ramo dell’architettura?

AG: Credo che per un architetto progettare un edificio o progettare una poltrona non siano cose molto diverse tra loro. Credo che in Italia sia molto difficile essere un architetto, ma credo che in questa nostra regione si possa fare molto per far conoscere i designer e i prodotti di design. Penso che le persone italiane abbiano nel loro DNA il dono di saper realizzare cose e del poter apprezzare le cose di valore e il Made in Italy lo testimonia.

“Il design parla sempre una lingua molto distante da chi compra Nike o Lacoste”

DD: Che cosa si propone la Padova Design Week?

AG: Con Padova Design Week vogliamo promuovere l’immagine delle micro/piccole/medie aziende che producono oggetti di design. Quello che viene progettato e prodotto in queste aziende è espressione del lavoro dell’uomo e dei suoi bisogni, ma soprattutto è valore durevole nel tempo e tende a disprezzare i pessimi prodotti importati, per la bassa qualità dei loro materiali, per le forme e per il miscuglio confuso dei loro stili.

Il design parla, da sempre, una lingua molto distante dal consumatore comune, da colui che compra Nike e Lacoste per intenderci; con PDW vogliamo che le persone possano avvicinarsi alla conoscenza di questi prodotti e che si pongano l’obiettivo di acquistare che ne so… lo spremiagrumi by Philippe Starck per Alessi o la poltrona LC2 di Le Corbusier o la Vanity della Frau e portarseli a casa.

“Il design all’interno degli storici edifici popolari dell’ATER”

DD: Perché realizzarla a Padova?

AG: Perché Padova si trova al centro di una grande area unica nel suo genere in Europa. Un’area in cui ogni azienda fornisce e/o crea particolari tipi di indotto manifatturiero.

Perché è una città d’arte, ricca di monumenti e di importanti affreschi.

Perché permette di fare una passeggiata nel verde del Parco Naturale dei Colli Euganei, per una degustazione di vini nelle sue cantine o un assaggio della secolare tradizione gastronomica padovana fra orto, cortile e vigna. Tutti i prodotti naturali in un territorio che è espressione di civiltà e di cultura.

Anche un’escursione in battello nei canali della città o una minicrociera alla scoperta delle famose Ville Venete della Riviera del Brenta, tra arte, storia e natura diventa un’esperienza interessante.

Perché si può trascorrere una giornata all’insegna dello shopping, tra botteghe tipiche e negozi di grandi firme.

Perché c’è l’antica Università, l’Orto Botanico, la Specola.

Perché ci sono quattro Golf Club a pochi chilometri da Padova, nel verde dei colli Euganei e in un’oasi naturalistica fra antichi borghi, ville, giardini e monasteri

Padova è una città in cui in ogni epoca gli artisti hanno potuto esprimere il loro talento. Nel periodo romano, nel medioevo con Giotto, Mantegna e Guariento ma anche Giusto de’ Menabuoi e nei secoli successivi. A Padova è nato Andrea Palladio e molti altri architetti che hanno progettato edifici splendidi fino ai giorni nostri.

DD: E perché realizzarla?

AG: Vogliamo ricondurre la disciplina del design dal glamour delle archistar che progettano per le grandi aziende multinazionali al lavoro prezioso di ricerca che si fa nei laboratori/atelier delle nostre piccole e medie aziende.

DD: Perché avete scelto la Serra Portello come location principale?

AG: Perché l’attuale Quartiere del Portello si estende in un’area del centro storico di Padova vicino al Canale Piovego e vicino alla Fiera di Padova.

La location scelta è un esempio di case di residenza pubblica costruite con i finanziamenti Legge Luzzati negli anni dal 1905 al 1915, pensiamo che realizzare un evento che promuove il design italiano all’interno di un gruppo di case popolari sia un buon inizio per presentare il design a chi non lo conosce.

DD: Come nasce questa sua idea?

AG: Il design fa vivere meglio, è una cura per l’anima e le nostre armi per diffondere questo pensiero sono le nostre radici e i lavoro della mente. È proprio questo concetto che ci ha spinto a iniziare questa “avventura”.

Vogliamo rappresentare il faticoso e creativo lavoro svolto ogni giorno dalle aziende del nostro territorio; aziende poco conosciute dai nostri media ma che al loro interno hanno dei veri e propri staff creativi che fanno innovazione.

Direi che vorremmo ispirarci ad Arts and Craft, il movimento delle arti e dei mestieri nato in Gran Bretagna intorno al 1851. Una sorta di reazione alla distribuzione a pioggia di prodotti realizzati da multinazionali che li sfornano a ritmo selvaggio e che delocalizzano in ogni dove.

DD: I tre principali motivi che la portano a dire che non si tratta della solita fiera.

AG: Mettere in contatto diretto designer, imprese e artigiani e sostenere attivamente la partecipazione di designer del territorio.

Presentare progetti ed eventi che consentono di estendere il vocabolario del design al vasto pubblico.

L’obbiettivo di PDW è di far conoscere un patrimonio notevole prodotto da aziende che investono nel lavoro di pensatori innovativi.

L’ Anteprima della PDW si terrà dal 5 all’8 dicembre 2012

La PDW 2013, dal 7 al 13 ottobre 2013

La Navy Chair 1006Navy Chair 1006La Navy Chair 1006

Sono poche le sedie che lanciate da una finestra al sesto piano non si rompono e nel 1940 c’era solo una capace di resistere a quell’impatto.

La Navy Chair 1006 

Questa sedia ha una storia particolare che l’ha trasformata in un’icona americana.

C’era una volta la seconda guerra mondiale e le forze navali americane erano impegnate in un conflitto epico dove perfino Superman lottava contro le dittature dell’Asse.

La Marina americana era impegnata in un imponente organizzazione logistica per sostenere i conflitti mondiali e questo generava una serie di grandi e piccoli problemi da risolvere, uno tra tanti era riuscire a far sedere i suoi soldati su sedie solide capaci di resistere ad un attacco in mare aperto.

Quando una forza militare offre un contratto per l’acquisto di materiale impone delle specifiche tecniche davvero originali per noi che viviamo in tempo di pace. La Navy specificò nel contratto di fornitura di sedie che queste dovevano resistere ai colpi di siluro di un cacciatorpediniere, essere leggerissime e in grado di resistere all’acqua salata e altri agenti chimici.

Ovviamente nel 1940 non esisteva nulla del genere.

Succede che in Pennsylvania uno sconosciuto signore Wilton Carlyle Dinges raccoglie la sfida e inizia a pensare a come ottenere tutte quelle caratteristiche in una semplice sedia.

Non aveva mai progettato una sedia prima d’ora così ne comprò una al mercato della città e iniziò a studiarla, la scompose e ricompose più volte, la disegnò e la modificò comprendendo molto presto la complessità di un oggetto usato quotidianamente da tutta l’umanità.

Decise d’usare l’alluminio in quanto è un materiale leggerissimo, questa scelta determinò la forma della sedia.

L’alluminio venne reso 7 volte più resistente dell’acciaio tramite un processo chimico ed elettrico.

La sedia era pronta e la portò davanti alla commissione della Marina Americana, erano al sesto piano e il generale chiese a Wilton di fornire i dati tecnici del prodotto.

Wilton aprì la finestra, prese la sedia e la gettò furoi, lentamente scese i sei piani di scale, recuperò la sedia e la mostrò al generale e al resto della commissione militare.

Inutile dire che vinse il contratto di produzione per la Marina americana.

La Navy Chair 1006 è ancora prodotta nello stesso modo di allora e ha una garanzia di 150 anni.

There are very few chairs that won’t break after been jumped out a window on the sixth floor, now a days. In 1940 there was only one able to withstand that impact.

Navy Chair 1006 was that one

This chair has a unique history that turned it into an American icon.

Once upon a time there was the Second World War and American naval forces were engaged in an epic conflict where even Superman fought against the Axis.

The U.S. Navy was pledged to support the world wars and that generated a number of problems to deal with. One of many was to be able to provide its soldiers with solid chairs, capable of withstanding an attack on the high seas.

When a military force needs to purchase some equipment, imposes very original specifications for us who live in times of peace. In the contract for the provision of chairs theU.S. Navy specified that the chair had to withstand the blows of a torpedo destroyer, be lightweight and able to withstand salt water and other chemicals.

Of course in 1940 there was nothing like that.

But it happened that in Pennsylvania an unknown lord called Carlyle Wilton Dinges, took up the challenge and started thinking about how to get all those features on a simple chair.

He had never designed a chair before have so he bought one at the town market and began to study it. He disassembled and reassembled it several times, designed and modified it and he realized very soon the complexity of an object used daily by all humanity.

He decided to use aluminum as it is a lightweight material and his choice determined the shape of the chair.

The aluminum was made ​​seven times stronger than steel through a chemical process and electrical.

When the chair was ready, he took it before the U.S. Navy. committee Their offices were on a sixth floor and the general asked Wiltonto provide the technical data of the product.

Wilton opened the window, took the chair and threw it out,then he slowly walked down the six flights of stairs, picked up the chair and showed it to the general and the rest of the military commission.

Needless to say, he won the production contract for the U.S. Navy.

The Navy Chair 1006 is still produced in the same way then and is guaranteed for 150 years.

Al día de hoy hay pocas sillas que después de ser lanzadas por una ventana desde el sexto piso no se romperían, y en 1940 sólo había una que podía resistir a ese impacto.

Esta silla tiene una historia única que la ha convertido en un icono estadounidense.

Érase una vez la Segunda Guerra Mundial y las fuerzas navales americanas estaban involucrados en un conflicto épico donde incluso Superman luchó contra las dictaduras del Eje.

La Marina de EE.UU. apoyaba las guerras mundiales y esto generó una serie de problemas, algunos grandes y otros pequeños, que había que resolver. Uno de ellos era poder hacer sentar a sus soldados en sillas sólidas capaces de resistir a un ataque en mar abierto.

Cuando una fuerza militar escribe un contrato para la compra de materiales impone especificaciones muy originales para nosotros que vivimos en tiempos de paz. La Armada estadounidense especificó en el contrato para el suministro de sillas, que éstas tenían que sobrevivir a los golpes de un torpedo, ser livianas y capaces de soportar el agua salada y otros productos químicos.

Por supuesto, en 1940 no había nada de eso.

Sucedió que en Pensilvania un extraño señor llamado Carlyle Wilton Dinges aceptó el reto y comenzó a pensar en cómo conseguir que una simple silla tuviese todas esas características.

Él nunca había diseñado una silla antes, por lo que tuvo que ir a comprar una al mercado de la ciudad y para comenzar a estudiarla. La desmontó y la volvió a montar varias veces, la diseñó y la modificó y se dió cuenta muy pronto de lo complejo que puede ser un objeto utilizado tan a diario por toda la humanidad .

Decidió utilizar aluminio, ya que es un material liviano, y esta lección determinó la forma de la silla.

Consiguió que el aluminio fuera siete veces más fuerte que el acero usando un proceso químico y eléctrico.

Cuando la silla estavo lista, la llevó ante el comité de la Marina de los EE.UU.. Las oficinas del mismo estaban en el sexto piso y el general le pidió a Wilton que proporcionara los datos técnicos del producto.

Wilton abrió la ventana, cogió la silla y la arrojó fuera, lentamente bajó las seis rampas de escaleras, recogió la silla y se la mostró a lo general y el resto de la comisión militar.

No hace falta que decir que obtuvo el contrato de producción de las sillas para la Marina de los EE.UU..

Desde entonces la Navy Chair 1006 todavía se produce de la misma manera y tiene una garantía de 150 años.

Il macinapepe Peugeot

La casa automobilistica francese Peugeot è conosciuta in tutto il mondo per la produzione di automobili.

Ma quasi tutti ignorano che quella dinastia di imprenditori ha prodotto anche un altro oggetto molto più piccolo e presente in tutte le nostre case, a volte come modello originale, altre come copia.

Questo particolare oggetto è il Macinapepe Peugeot, molto più vecchio della prima auto prodotta dalla casa automobilistica: ha una storia di 200 anni.

La storia di questo Macinapepe è antica quasi quanto la famiglia Peugeot, inizia nel 1810 quando i due fratelli Jean Pierre e Jean Frédéric trasformano un mulino in una fonderia e iniziano a produrre seghe di tutte le dimensioni e fatture.

Nel 1840, mentre Alessandro Manzoni pubblicava la seconda edizione dei Promessi Sposi e l’Inghilterra emetteva il primo francobollo al mondo (Penny Black), la famiglia Peugeot produce il primo macinacaffè di forma cubica con cassettino per estrarre il macinato e una manopola in cima per azionare il meccanismo di macinatura.

 

Arrivò il 1874 a Parigi ci fu la prima mostra degli impressionisti nei locali del fotografo Nadar che decretò l’inizio del periodo contemporaneo, nelle fabbriche Peugeot nacque il Modèle Z, primo macinapepe e il più vecchio ancora in produzione.

Il Macinapepe Peugeot in 138 anni di produzione è stato realizzato in diversi modelli e con diversi materiali, ma il classico modello Z rimarrà per sempre quello costruito con legno di Faggio e un ingranaggio per la macinazione brevettato e immutato da quei anni che permette di scegliere l’ampiezza dei granelli di pepe macinato: più grossi per i piatti decorativi e più fini per insaporire i cibi.
Probabilmente la caratteristica migliore di questo dinosauro del design, ma che gode di ottima salute, è il fatto che durante il processo di macinazione rilascia nell’aria l’odore inebriante del pepe capace di sedurre ancora oggi come nel 1872 chi lo usa.

Sono davvero interessanti anche le ultime versioni del famoso macinapepe che potete trovare cliccando qui sotto su Amazon.

Ludwig Mies van der Rohe e la sedia Barcelona Ludwig Mies van der Rohe and his Barcelona chairLudwig Mies van der Rohe y la silla Barcelona

Ludwig Mies van der Rohe e la sedia Barcelona Ludwig Mies van der Rohe and his Barcelona chairLudwig Mies van der Rohe y la silla Barcelona

Oggi vi racconto la storia di una sedia.

C’era una volta un architetto amante dei sigari, nato nel 1886 ad Aquisgrana in Germania. Era talmente bravo che venne nominato direttore della più bella scuola di design degli ultimi 200 anni.
Era un architetto particolare, non amava le decorazioni e gli stucchi, il suo motto era “Less is more” ovvero “meno è meglio”.

Le sue case erano minimaliste, prive di fronzoli. In esse i volumi e i materiali regnavano incontrastati nello spazio compositivo: tutto era funzione, nulla era superfluo.

Nel 1929 la Germania decise di affidare la costruzione del suo padiglione per l’Expo di quell’anno a Barcellona proprio al nostro architetto.
Prima d’accettare l’incarico si sedette e fumò un intero sigaro, poi iniziò a disegnare.
Era la sfida più esaltante di tutta la sua carriera, doveva costruire un padiglione che rappresentasse la sua Nazione

Quello che costruì fu qualcosa di incredibilmente originale per il 1929, un edificio che non era un’abitazione, né un magazzino, né uno spazio espositivo. Era un fabbricato senza finestre e senza porte, non aveva mattoni né tegole, era sprovvisto di funzione, non aveva un bagno ed era privo di stanze.
Era un volume delimitato da lastre di marmo, vetro e acciaio con accanto una vasca d’acqua, uno spazio proporzionato e sorprendente.

La fama del suo edificio si diffuse ancor prima che fosse costruito, raggiunse perfino i reali spagnoli che espressero la volontà di visitarlo. Quando comunicarono questa notizia all’architetto fece un sobbalzo facendo cadere la cenere sul tavolo da disegno, si narra che abbia esclamato “Cazzo, no!”.
Sapeva che il protocollo reale imponeva che i reali si potessero sedere e ovviamente non erano previste delle sedie in quello spazio così perfetto da pareggiare per bellezza con il Partenone.
Non era possibile inserire delle sedie esistenti, era necessario creare dei modelli altrettanto perfetti che non stonassero all’interno del padiglione.

Non si perse d’animo e iniziò a progettare due sedie per le reali chiappe.

Ciò che riuscì a creare fu qualcosa di paragonabile al moderno iPhone, un design unico rivoluzionario senza età.

Nasceva in questo modo la Sedia Barcelona di Mies van der Rohe, una sedia che oggi possiamo vedere in quasi tutte le immagini di architettura d’interni e dentro le case più esclusive.

Il padiglione venne demolito dopo 6 mesi dalla fine dell’Expo, ma le sedie sono ancora oggi prodotte e commercializzate

mies van der rohe barcellona
mies van der rohe barcellona
mies van der rohe barcellona
mies van der rohe barcellona

P.S. il padiglione fu ricostruito da un gruppo di architetti spagnoli tra il 1983 e il 1986 e si può visitare ancora oggi a Barcellona ai piedi del MontjuïcToday I’ll tell you the story of a chair.

Once upon a time there was a cigars lover architect, he was born in 1886 in Aachen, Germany. He was so good that became the director of the best design school over the last 200 years.

He was unique, he didn’t like decorations and stuccos, his motto was “Less is more”.

His houses were minimal, with no frills, therein volumes and materials reigned supreme in the compositional space: everything was functional, nothing was superfluous.

In 1929, Germany decided to put our architect in charge of the construction of its pavilion for the Expo this year in Barcelona.

Before accepting the assigment, he sat down and smoked a whole cigar, then started to draw.

It was the most exciting challenge of his entire career, he had to build a pavilion to represent his country.

What he created was something incredibly original for 1929, a building that was not a house nor a warehouse, or an exhibition space. It was a building with no windows and no doors, it had no bricks or tiles and was devoid of function, it didn’t have a bathroom and had no rooms.

It was a space bounded by marble slabs, steel and glass, next to a water tank; a proportionate and surprising place.

His building became widespread even before it was built and its reputation reached the Spanish monarchs who wanted to visit it. When someone told the news to the architect, he jumped dropping ashes on the drawing board and, it is said he exclaimed, “Fuck no.”

He knew that the regal protocol required a seat for the monarch to sit down and, of course, he didn’t put any chair into such a perfect space so beautiful that could be compared with the Parthenon.

He didn’t lose heart and began to design two chairs for the regal asses.

What he created was something comparable to the modern iPhone: someting with a revolutionary, ageless, unique design,

The Barcelona Chair by Mies van der Rohe was born this way and we can still see i in almost all pictures of interior architecture and within the most exclusive houses.

The pavilion was demolished 6 months after the end of the Expo, but the chairs by Mies are still manufactured and marketed.

PS: the pavilion was rebuilt by a group of Spanish architects between 1983 and 1986 and you can still visit it in Barcelona at the foot of MontjuïcHoy os quiero contar la historia de una silla.

Había una vez un arquitecto que amaba los puros. Había nacido en 1886 en Aachen, Alemania. Era tan buen arquitecto que lo nombraron director de la mejor escuela de diseño en los últimos 200 años.

Era un arquitecto concreto, a quién no le gustaban las decoraciones ni los estucos, su lema era “less is more” o sea “menos es más”.

Sus casas eran mínimas y sin florituras. En ellas, los volúmenes y los materiales reinaban dentro del espacio compositivo: todo era funcional, nada superfluo.

En 1929, Alemania decidió encargar la construcción de su pabellón para la Expo de este año en Barcelona a nuestro arquitecto.

Antes de aceptar el trabajo se sentó y fumó un cigarro entero, luego comenzó a dibujar.

Fue el desafío más emocionante de toda su carrera, tenía que construir un pabellón que representara a su país.

Lo que construyó fue algo increíblemente original para ser 1929: un edificio que no era una casa ni un almacén y mucho menos un espacio expositivo. Era una construcción sin ventanas ni puertas, que no tenía ladrillos o tejas, carecía de función, no tenía un cuarto de baño ni habitaciones.

Era un volumen limitado por losas de mármol, acero y vidrio junto a un depósito de agua un espacio proporcionado y sorprendente.

La fama de su edificio se expandió incluso antes de su construcción y llegó hasta los reyes españoles que expresaron el deseo de visitarlo. Cuando le comunicaron al arquitecto esta noticia él saltó, dejando caer ceniza sobre la mesa de dibujo. Se dice que en ese momento exclamó: “Mierda, no”.

Él sabía que el protocolo exigía que los reyes se pudiesen sentar y, obviamente, no había previsto sillas en ese espacio tan perfecto que se podía comparar con el Partenón.

No perdió el ánimo y comenzó a diseñar dos sillas para los reales culos.

Lo que fue capaz de crear es algo comparable al iPhone moderno; un diseño único, revolucionario, sin edad.

La silla Barcelona de Mies van der Rohe nació de esta manera y la silla que vemos todavía en casi todas las fotos de diseño de interiores y en las casas más exclusivas.

El pabellón fue demolido 6 meses después del final de la Expo, pero las sillas de Mies siguen siendo fabricadas y comercializadas

PD: el pabellón fue reconstruido por un grupo de arquitectos españoles entre 1983 y 1986 y hoy se lo puede visitar en Barcelona, a los pies del Montjuïc

10 libri da leggere prima di ristrutturare casa

Riprendo qui un vecchio articolo scritto per BOL perché mi spiaceva rischiarlo di perdere nei meandri del web, mi sono molto divertito nel comporlo, spero vi divertiate anche voi nel leggerlo (o rileggerlo a seconda dei casi)

Ristrutturare la propria casa può essere un sogno che si avvera o un incubo che uccide, non esiste una terza possibilità. Una volta stabilito il reale budget a disposizione si può iniziare ad affrontare il moloch della ristrutturazione, e qui esistono due strade: affidarsi ad un tecnico (architetto, geometra, interior designer) oppure fare da soli. Nessuno dei due casi vi può assicurare la sanità mentale alla fine dei lavori, e neppure che questi siano eseguiti a regola d’arte. Ma mi piace pensare che se gli impresari edili con la quinta elementare possono tranquillamente costruire interi condomini allora anche un privato dotato di buon senso possa essere in grado di ristrutturare casa propria. Magari con l’aiuto di questi 10 libri. A cui, per ciascuno, aggiungo un motivo di lettura:

piccole case autore 10 libri da leggere prima di ristrutturare casa

1. Piccole case d’autore (edito da Logos)
Perché diversi architetti hanno affrontato lo stesso argomento ottenendo risultati opposti, e il risultato è un’interessante fonte d’ispirazione.

2. Manuale per ristrutturare le abitazioni, di Luigi Prestinenza Puglisi (Dei)
Perché bisogna avere l’umiltà di cercare nella manualistica soluzioni tecniche e normative ai problemi che s’incontrano durante i lavori.

3. Progettare con la luce, di Donatella Ravizza (Franco Angeli Editore)
Perché una luce sbagliata può rendere inefficace qualsiasi ristrutturazione.

4. Il libro completo della bioedilizia, di Walter Pedrotti (Giunti Demetra)
Perché bastano pochi accorgimenti per costruire un ambiente sano in cui vivere. Però bisogna conoscerli. Questo manuale li contiene quasi tutti. Gli altri sono gelosamente custoditi nei cervelli degli architetti.

5. Il vuoto, di Fernando Espuelas (Marinotti)
Perché è un libro indispensabile per acquisire quella sensibilità necessaria al fine di poter vedere e ascoltare il vuoto inteso come spazio architettonico e spazio vitale.

lowcostdesign 10 libri da leggere prima di ristrutturare casa6. Low cost design, di Daniele Pario Perra (Silvana Editoriale)
Perché il fai da te non serve solo a contenere i costi, ma a dare una personale impronta alla vostra abitazione con soluzioni uniche.

7. Maledetti architetti. Dal Bauhaus a casa nostra, di Tom Wolfe (Bompiani)
Perché Wolfe ci spiega come anche i grandi architetti siano diventati tali per merito di alcune “raccomandazioni”: un toccasana per i momenti di sconforto che sicuramente arriveranno durante la ristrutturazione della vostra casa.

9. La stanza da bagno (Epc Libri)
Perché la stanza da bagno è l’ambiente più tecnico della casa, e l’impianto idrico, quello elettrico e la disposizione dei sanitari rendono complessa la progettazione: un errore di pochi centimetri (sono stanze sempre piccole) potrebbe farci imprecare per ogni volta che la useremo.

kitchen 10 libri da leggere prima di ristrutturare casa8. Kitchen, di Banana Yoshimoto (Feltrinelli)
Perché solo la sensibilità di romanzi come questo possono farci capire che un ambiente non è solo uno spazio ma anche un’emozione, che ci aiuta a vivere il presente. E ci aiuterà a ricordare meglio il nostro passato.

10. Casa di giorno, casa di notte, di Olga Tokarczuk(Fahrenheit 451)
Perché questo romanzo svela un diverso punto di vista sulla casa. E perché è importante riuscire a guardare in modo nuovo gli spazi familiari per riprogettarli.

Gae AulentiGae AulentiGae Aulenti

È morta all’età di 84 anni Gae Aulenti, un architetto dal passato illustre, mi piace ricordarla per il recupero del museo d’Orsay a Parigi o, molto più vicino a noi, la ristrutturazione di Palazzo Grassi a Venezia.

Una donna che, forse, ha vissuto gli anni più belli dell’architettura mondiale.

Il suo animo gentile lo s’intravvede nelle sue opere dove ha sempre lottato contro il razionalismo dominante.

Gae Aukenti died at the age of 84. She was an architect with an illustrious past, I like to remember her for the recovery of the Musée d’Orsay in Paris, or, much closer to us, the renovation of Palazzo Grassi in Venice.

A woman who, perhaps, lived during the best years of world architecture.

We can see her gentle soul through her works and her fighting against the dominant rationalism.

A la edad de 84 años muríó Gae Aulenti, una arquitecta con un pasado ilustre: Quiero recordarla por la recuperación del Musée d’Orsay en París, o, mucho más cerca de nosotros, por la renovación que ha hecho en el Palazzo Grassi de Venecia.

Una mujer que, tal vez, ha vivido durante los mejores años de la arquitectura mundial.

Se puede adivinar su alma gentil a través de sus obras, en las que ha luchado sin cesar con contra el racionalismo dominante.